giovedì 31 maggio 2012

LEGGE MANCIA (che cosè?)

LEGGE MANCIA 

11 novembre 2011
Passano gli anni, le crisi si sommano alle crisi, ma lei è sempre lì: l’eterna legge mancia, spuntata ieri persino nel disegno di legge Stabilità con cui Silvio Berlusconi saluta Palazzo Chigi, 150 milioni che i parlamentari potranno spendere sul territorio come gli detta l’uzzolo del momento.
SPIEGARE davvero cos’è, al di là dell’espressione giornalistica, è più complesso: è spesa pubblica improduttiva, soprattutto, e contemporaneamente la plastica rappresentazione della subalternità del Parlamento all’esecutivo. Nella Prima Repubblica, per dire, la legge mancia non c’era: deputati e lobbisti s’arrangiavano da sé, senza chiedere il permesso a nessun ministro, spendendo e spandendo dopo un paio di mesi di estenuanti trattative, blandizie e ricatti, spesso notturni, nei corridoi fumosi del Parlamento. Conoscevano l’arte, loro, di strizzare la Finanziaria fino a farne zampillare fuori soldi per una miriade di favori di collegio, privati o di cricca. Il nuovo millennio, come si sa, è un tempo più ingrato e triste e pure piazzare l’emendamento giusto al momento giusto dentro la legge di bilancio è diventato troppo difficile. Per evitare malumori, però, Giulio Tremonti – eterno pure lui – nel 2003 fece un patto coi suoi affamati parlamentari: voi votate la manovra com’è e io vi lascio qualche centinaio di milioni per farvi gli affari vostri o, volendo, dei vostri elettori. La legge mancia, appunto. Anche il governo di Romano Prodi se ne concesse una al debutto, anche se poi la abolì con la Finanziaria 2008. Ma la legge mancia è rimasta morta solo per un annetto: nel 2009 Silvio Berlusconi e il “rigorista” Tremonti già l’avevano fatta risorgere. Ci si fa di tutto: ponti, strade, chiese, teatri, finanziamenti per società sportive, progetti culturali e scuole. Ne sa qualcosa la signora Manuela Marrone in Bossi, che s’è vista arrivare 800 mila euro per la sua “Bosina”, una scuola privata.
LA LEGGE MANCIA è l’unica funzione davvero imprescindibile di un Parlamento svuotato dalla sua funzione di legislatore dai mille decreti con mille fiducie del governo. Quest’anno, per dire, ce n’era già stata una piccola piccola a marzo, quando era stata distribuita la miseria di due milioni e seicentomila euro (parrocchie, conventi, monasteri e associazioni cattoliche l’avevano fatta da padroni). Adesso però – tra spread, crescita zero, commissariamento internazionale, rischio default – si pensava che non ci sarebbe stato spazio per lasciare pure gli spiccioli ai parlamentari. Grosso errore: ieri alle 18 in punto il relatore del ddl Stabilità in Senato, Massimo Garavaglia, leghista, ha depositato in commissione il suo bell’emendamento. Questo il contenuto: si rifinanzia per 100 milioni nel 2012 e 50 nel 2013 il fondo per “interventi urgenti finalizzati al riequilibrio socio-economico e allo sviluppo dei territorio e alla promozione di attività sportive e culturali e sociali” istituito con la Finanziaria 2010, cioè la legge mancia di un anno fa. Non si sa ancora, però, per quali decine di interventi verranno utilizzati questi soldi: ci penserà un decreto del Tesoro che recepirà la lista della spesa votata dalle commissioni Bilancio (storicamente si tratta di un voto bipartisan). Dura la notazione della senatrice ligure del Pd Roberta Pinotti, che peraltro in molti indicano come prossima candidata a sindaco di Genova: “Finora nel ddl stabilità non c’è un euro per i danni dell’alluvione a Genova e in Liguria: a fronte di questa grave inadempienza appare ancora più incredibile lo scandaloso rifinanziamento della legge mancia”.
È SICURAMENTE vero, però bisogna pure ricordarsi che nel 2012 o nel 2013 si vota e non ci si presenta a casa degli amici a chiedere un favore senza portare almeno un regalino: tre milioni, per dire, nel ddl stabilità li ha rimediati pure Radio Radicale, le basteranno per finanziarsi fino a marzo, in attesa del nuovo governo.
da Il Fatto Quotidiano dell’11 novembre 2011

mercoledì 23 maggio 2012

Quante tasse si pagano in Italia

Quante tasse si pagano in Italia

 IL 70% ammazza..........
 “Si avvicina il momento della dichiarazione dei redditi. Nicolò sente incombere su di sé il peso minaccioso di quel Codice Fiscale che lo Stato, per una volta fin troppo solerte, ha pensato bene di spedirgli a casa lo scorso maggio, quando aveva appena un mese di vita. Per scacciare la paura, ma purtroppo con esiti finali niente affatto tranquillizzanti, Nicolò ha pensato bene di mettersi a far di conto, per cercare di comprendere meglio quante tasse lo Stato pretenderà da lui. Ovviamente sono i conti di un infante, fatti a matita sul retro di un bavaglino. Ma l’ordine di grandezza dovrebbe essere quello giusto.
Animato dalla insaziabile sete di conoscenza dei bambini, Nicolò ha deciso che vorrebbe investire, come ora si dice, sul proprio capitale umano. Non gli sembra irragionevole dunque immaginare che ci sarà qualcuno disposto a spendere 50 euro l’ora per assicurarsi i suoi servigi. Immaginando di lavorare per 7 ore al giorno, per 5 giorni alla settimana, per 48 settimane all’anno, otterrebbe così un “guadagno” abbastanza considerevole: 84.000 euro all’anno, cioè 7.000 euro al mese.
Ma anche un infante sa – e comunque il codice fiscale è lì a ricordaglielo – che questo è un guadagno del tutto teorico. Anzitutto questo ipotetico datore di lavoro dovrà pagare circa 3.300 euro di IRAP; poi, fra il datore di lavoro e Nicolò, dovranno versare all’INPS 27.700 euro. In più ci saranno da accantonare circa 3.700 euro per il trattamento di fine rapporto; hanno spiegato a Nicolò che si tratta di un risparmio forzoso, e che quei soldi sono suoi; ma Nicolò sa che, se resterà a lavorare per questo ipotetico e generoso datore di lavoro, vedrà questi soldi più o meno nell’anno 2081. Un orizzonte temporale troppo ampio anche per chi, come lui, si considera di ampie vedute. Per non saper né leggere e né scrivere (e mai modo di dire fu più calzante) ha deciso di considerare il prelievo TFR alla stessa stregua del prelievo INPS.
Così, partendo dalla bella cifra di 84.000 euro annui, siamo già pericolosamente scesi sotto la soglia dei 50.000.
Qui arrivano l’imposta sul reddito e le addizionali locali; a questo livello di reddito, Nicolò “avrebbe la fortuna” di non incappare nell’aliquota marginale massima del 43%; ma dovrebbe tuttavia pagare 15.000 euro di IRPEF e, poiché vive in un luogo nel quale le aliquote locali sono ai livelli massimi, circa 1.300 euro di addizionali. In pratica, in busta paga gli arriverebbero ogni anno 33.00 euro.
Ma lo Stato non sarebbe ancora sazio. Anche un bambino sa che quando si compra qualunque cosa si paga l’IVA, quando si fa benzina si fa un pieno di tasse, eccetera. Pare che l’aliquota media sul consumo sia pari ormai al 18%. Sono altri 6.000 euro che usciranno dalle tasche – a questo punto non proprio piene – di Nicolò per finire nella fornace della spesa pubblica.
In più ci sono le tasse sul patrimonio (per le quali, come diceva Luigi Einaudi, il patrimonio è il parametro di calcolo, ma che, ovviamente, vengono sempre pagate prelevando il dovuto dal reddito); a dir poco, se Nicolò avrà ricevuto dai suoi genitori in eredità una piccola abitazione ed avrà un conto corrente con qualche risparmio, almeno 1.500 euro.
Ed eccoci al calcolo finale. E qui Nicolò ha fatto un salto sul suo seggiolone: gli 84.000 euro annui di partenza si sono ridotti a 25.500; il confortevole stipendio di 7.000 euro mensili si è ridimensionato a 2.130; una gratificante paga oraria di 50 euro si è ridotta a poco più di 15.
Per dirla in modo più colto, la pressione fiscale complessiva su Nicolò, a questo punto è il caso di dire sul povero Nicolò, è pari al 70%.
Una enormità. Tanto da far riconsiderare a Nicolò i propri programmi. Non è più così certo che gli convenga investire sul proprio capitale umano. Ovvero, se proprio lo farà, andrà a impiegarlo altrove, in posti ove lo Stato sia meno esoso.
Non c’è poi da stupirsi se l’Italia da decenni esporta lavoro qualificato ed importa lavoro dequalificato. Né se la produttività complessiva del lavoro ristagna, e con essa la crescita dell’economia nazionale.
Ma, comincia a chiedersi Nicolò, chi decide questi livelli della pressione fiscale non ha un bavaglino sul retro del quale fare quattro conti? Ed è poi così difficile comprendere le conseguenze deleterie di questo livello della pressione fiscale? Quando sarà più grande tenterà di darsi una risposta. Ma che risposta si danno quelli che sono già più grandi?”
Luca Giusti

martedì 3 aprile 2012

Spese folli per la cancelleria

La linea di rigore ed equità sbandierata ai quattro venti dal presidente del Consiglio dei ministri Mario Monti da novembre a questa parte non fa testo alla classe politica italiana. I tanti sacrifici imposti dall’attuale Governo tecnico ai cittadini italiani continuano a pesare ancora oggi con il vertiginoso aumento di bollette, carburante, imposte e tasse. Eppure i nostri parlamentari continuano a spendere in lungo e largo il denaro pubblico per spese inutili e incomprensibili. La Camera dei Deputati sperpera un milione di euro all’anno solo per spese di cancelleria: colla, francobolli, fogli di carta e materiale di ufficio. Si spendono 7 milioni e mezzo di euro all’anno per la stampa di atti parlamentari, ordini del giorno, emendamenti e interrogazioni. Nell’era digitale attuale tutto ciò è reperibile dall’autostrada della comunicazione, Internet.
Il deputato del Popolo della Libertà, Gregorio Fontana, ha denunciato altri sprechi e costi della politica che possono essere benissimo tagliati in un periodo in cui si chiede al popolo italiano di stringere al massimo la cinghia per via della drammatica crisi economico-finanziaria. Dal 1988 i deputati ricevono ogni mese dal commesso: duemila fogli di carta intestata, sei gomme ogni tre mesi, tre da biro, tre da matita. Ogni novanta giorni ricevono 10 dvd e 20 cd. Ma cosa se ne fanno i deputati di tutto questo materiale? E di un chilo e mezzo di colla all’anno?
Un’altra spesa davvero assurda e vergognosa riguarda quella per i francobolli. Oggi come oggi non si ha quasi più bisogno dei francobolli poiché si può inviare tutto per pc tramite la PEC (posta elettronica certificata). Per quest’altra spesa inutile, la Camera sperpera 600mila euro all’anno. A ciò si aggiungono altri costi. Montecitorio spenderà 370mila euro per conferenze, manifestazioni e mostre, e oltre 150mila euro per le opere d’arte nel 2012. Noi cittadini dobbiamo aggiornarci su tutto per rispettare le leggi e dobbiamo pagare di tasca nostra anche i loro sbagli e le manovre lacrime e sangue. E loro i politici? Sono sempre i privilegiati!

Fonte : Politica 24

Tagliati i benefit agli ex presidenti, solo dal 2023

Camera, tolti i benefit agli ex presidenti. Irene Pivetti: “Sono furiosa, farò ricorso”

Alla Camera sono stati tagliati i benefit agli ex presidenti e la questione ha fatto andare su tutte le furie Irene Pivetti, la quale si è dichiarata indignata per il provvedimento e ha affermato con decisione che ha intenzione di fare ricorso. L’ex presidente della Camera ha spiegato che il ricorso serve più che altro a rendere giustizia non a lei, ma a chi lavora per la sua segreteria. Su questo punto l’onorevole è stata molto chiara.

Senza mezzi termini Irene Pivetti ha dichiarato a questo proposito: “Non posso permettere di veder mettere gente in mezzo alla strada. Voglio salvare questi posti di lavoro e li salverò“.
L’onorevole non sopporta che qualcuno possa far credere di risanare in questo modo il bilancio dello Stato, facendone pagare le conseguenze a chi guadagna uno stipendio di soli 600, 800 o al massimo 1.000 euro al mese.
Per sé l’onorevole Pivetti non vuole alcun benefit e non si ritiene una privilegiata.

Pier Ferdinando Casini rinuncia ai benefit che sono previsti per gli ex presidenti della Camera dei Deputati. Casini ha scritto una lettera all’attuale presidente della Camera ricordando di aver avuto il privilegio di guidare la Camera dal 2001 al 2006 e ha detto di voler rinunciare ad “ogni attribuzione e benefit connessi a questo status“. Casini ha scelto quindi di non avvalersi della delibera, che è stata approvata nell’ufficio di presidenza a Montecitorio pochi giorni fa.
La nuova norma prevede che i benefit per i presidenti della Camera non saranno più disponibili a vita, ma restano in vigore per dieci anni dal momento della cessazione dell’incarico. Nella lettera Casini ha scritto: “Ho preso atto delle decisioni assunte ieri, a maggioranza, dall’Ufficio di Presidenza in relazione allo status degli ex presidenti. Ringrazio Lei e i colleghi ma Le comunico che non intendo avvalermi della delibera“.
Una decisione molto chiara che Casini ha deciso di prendere in autonomia. Sulla questione è intervenuto anche Luciano Violante, che ha spiegato di non voler commentare al momento e di voler decidere alla fine della legislatura attuale.
Negli ultimi giorni è scoppiata una nuova polemica sui benefit agli ex presidenti della Camera dei Deputati. L’Ufficio di Presidenza della Camera ha approvato la normativa di attuazione dell’articolo 4 del decreto-legge n°98 del 2011 che taglia i benefici a vita per gli ex presidenti della Camera. Una norma simile a quella adottata lo scorso mese dal Senato. I benefici saranno riconosciuti solo per un periodo di dieci anni a partire dall’inizio della prossima legislatura con due condizioni: che abbiano esercitato l’ultimo mandato nella XV legislatura o che continuino a esercitare il mandato nella presente legislatura.
In poche parole tutti gli ex presidenti della Camera potranno continuare a godere dei benefit per altri dieci anni a partire dalla prossima legislatura e fino al 2023. Anche in questo caso si tratta di una “norma ad personam” visto che saranno privilegiati tutti gli ex presidenti di Camera “politici”: Luciano Violante, Pier Ferdinando Casini, Fausto Bertinotti e Gianfranco Fini. Pietro Ingrao e Irene Pivetti perderanno i benefit a fine legislatura.
L’ex presidente della Camera Irene Pivetti è passata subito al contrattacco: «Stanno colpendo delle povere persone, dei privati cittadini, che hanno la sola colpa di lavorare accanto a una persona che non è amata dal Palazzo. E’ il risultato di un clima forcaiolo - ha precisato l’ex politico leghista – che non distingue i bersagli. Un assurdo paradosso che, per colpire la Casta, finisce per colpire chi con la Casta non c’entra nulla, come me o Ingrao, buttando per strada degli onesti lavoratori».

Fonte: Politica 24

venerdì 16 marzo 2012

la Camera spende 400mila euro in 3 anni per i corsi di lingue ai deputati

 Ma quando finiranno di decidere Loro i loro stipendi e come gestire i nostri soldi?

I cittadini italiani finanziano anche i corsi di lingue e di informatica ai deputati… I membri della Camera dei Deputati devono essere al passo coi tempi e di conseguenza non possono fare a meno del computer e delle lingue straniere (inglese, francese, tedesco, spagnolo, russo e cinese). Il problema è che anche in questi casi sono i cittadini a pagare. L’argomento è stato affrontato nel dettaglio da Paolo Emilio Russo sul quotidiano “Libero”. Il corso si sviluppa in due incontri settimanali della durata di un’ora, massimo un’ora e mezza. Le lezioni possono essere richieste dal parlamentare dal lunedì al venerdì e l’orario della giornata va dalle ore 7.45 alle ore 20. Generalmente le lezioni si svolgono nel tardo pomeriggio o in pausa pranzo. La disponibilità è massima e immediata, ma va comunque concordata direttamente con il docente. Inoltre gli insegnanti sono madrelingua e di altissima qualità.
La notizia è stata comunicata ieri dai questori della Camera (Francesco Colucci, Antonio Mazzocchi e Gabriele Albonetti) ai deputati. Ovviamente anche in questi casi vige il rispetto delle regole. Ad esempio la disdetta della lezione va comunicata alla segreteria telefonica della società che cura la docenza del corso, con almeno 48 ore di anticipo. In caso contrario la lezione verrà ugualmente conteggiata nel monte ore riservato al deputato poiché l’amministrazione sarà tenuta a sostenerne il costo.
C’è da dire che la situazione è decisamente cambiata negli ultimi anni. Fino a dieci anni fa queste lezioni individualizzate di lingue erano totalmente gratuite per i deputati, mentre, dall’anno scorso i deputati hanno pagato il corso poco più di 500 euro. In tempi di crisi come quelli attuali e con qualche piccolo taglio ai costi della politica, ora il corso viene a costare 1056 euro. Attualmente quanto spende la Camera dei Deputati per mettere a disposizione questi corsi di lingue e di informatica? Una bella cifra! Il programma dell’attività amministrativa per il triennio 2012-2014 ha messo a disposizione ben 400mila euro! La spesa è evidenziata nella voce di bilancio “Formazione e reclutamento”. Ma perché devono essere sempre i cittadini a finanziare i costi e i “corsi” della casta?

giovedì 15 marzo 2012

A PALAZZO CHIGI L’AMBULATORIO MEDICO DELLA CASTA


(AGENPARL) - Roma, 02 feb -  “E’ come la reggia di Versailles”. Così uno dei medici descrive le stanze del presidio ambulatoriale di Palazzo Chigi. Una struttura composta da 12 specialisti, 9 infermieri e tre consulenti che costa, solo per gli stipendi, 1 milione e 500 mila euro all’anno. Dieci volte il costo di un servizio di assistenza sanitaria di medicina del lavoro per un’azienda ”normale” da duemila dipendenti.  A svelarlo un’inchiesta in onda questa sera su Piazzapulita, la trasmissione di Corrado Formigli su LA7.
«Quando mi hanno chiamato come esperto due anni fa – racconta un medico che vuole restare anonimo – ho pensato “io non sono a Palazzo Chigi ma sono a Versailles!”». E poi aggiunge: «Erano tutti parenti: c’era il figlio di, il nipote di… Non si accedeva per concorso, tutti per “investitura”».
L’inchiesta integrale sarà in onda questa sera nel corso della puntata di Piazzapulita, alle 21.10 su LA7.
Vedi il video

Ma dico come si fa a spendere un Milione e 500 mila € per il medico del lavoro mah!!!!  
Ma soprattutto che cosa mai puo succedere mentre si lavora a Palazzo Chigi? da giustificare un supporto quasi ospedaliero? 


Si spende e si spande ma i sacrifici li si deve fare sempre e vedi caso chi?

mercoledì 14 marzo 2012

L'ultima dei partiti: si fanno un condono per un reato che devono ancora commettere

Vero che in politica ne abbiamo viste di mille colori. Ma è la prima volta che i partiti riescono a pensare a una legge lampo per condonarsi un reato che non hanno ancora commesso. Sta infatti per arrivare in legislativa al Senato, grazie alla richiesta avanzata dal Pd Enzo Bianco al presidente dell'assemblea, Renato Schifani, una leggina che condoni tutte le multe alle affissioni abusive dei partiti durante la campagna elettorale per le amministrative che si aprirà fra qualche settimana. L'idea è venuta alla senatrice Pd Marilena Adamo, che ha spiegato l'ineluttabilità di un colpo di spugna preventivo perchè "gli spazi riservati ai manifesti elettorali sono assegnati dal Comune, il quale però non può procedere fin quando non siano stati decisi tutti i ricorsi eventualmente presentati dalle liste. Ne consegue pertanto che in molti casi l'assegnazione degli spazi per l'affissione dei manifesti ha luogo pochi giorni prima dello svolgimento delle elezioni, inducendo così ad abusi ed irregolarità. Auspico che il governo intervenga in materia". Insomma quando i partiti fanno qualche marachella, la colpa è sempre degli altri e perfino delle leggi malfatte (e infatti i partiti non c'entrano mai, e le leggi si fanno da sè...). Colpa altrui quindi se le città sono invase da manifesti dei vari candidati appiccicati ovunquem, anche rovinando palazzi anbtichi dei centri storici. Vero che fioccano multe mil.ionarie in questi casi, ma vero anche che ogni anno nel milleproroghe destra sinistra centro e manca si varano un bel condoncino nel milleproroghe per non pagarle o pagare solo qualche spicciolo. Non è mai capitato che il condono fosse preventivo, un'assoluzione che non vale per i comuni cittadini, ma solo per i partiti. E' sembrato subito entusiasta il leghista Roberto Calderoli che "ritiene necessario un intervento urgente". Bianco ha spiegato che non è il caso però di scomodare Mario Monti e il suo governo, perchè i partiti possono benissimo condonarsi da sè: "considerando che la questione è oggetto di una convergente attenzione di diverse forze politiche, propongo di redigere un disegno di legge ad hoc che possa essere esaminato rapidfamente dalla commissione, eventualmente anche chiedendo al Presidente del Senato la sua assegnazione in sede deliberante"... Condono preventivo direttissimo in arrivo sul primo binario della politica....

fonte Libero